Nick Bärtsch: pianoforte
Kaspar Rast: batteria
Frederik Gille: percussioni
Bjorn Meyer: basso
Sha: clarinetto basso


Nell’odierno panorama jazzistico Nik Bärtsch si distingue per l’eccentricità dei suoi intenti, la febbrile audacia del suo eclettismo, l’incessante rincorsa di un sistema musicale innovativo che catturi le voci di culture distanti per assemblarle in un unico messaggio, e per il suo cospicuo patrimonio culturale costruito in anni di rigorosi studi filosofici, linguistici e musicali condotti presso l’università di Zurigo, doveè nato nel 1971. Talento poliedrico, dunque: pianista, compositore, percussionista e produttore; il suo tracciato artistico ha conosciuto una tappa decisiva nel 2003: Nik soggiorna per 6 mesi in Giappone, dove fa convergere la sua cultura con quella del Sol Levante e della filosofia zen; a questa esperienza attingerà per lo sviluppo di uno dei suoi progetti musicali più ambiziosi: il quintetto Ronin - il nome che evoca un’immagine di samurai che impersonano la forza e il vigore associato alle arti marziali - con il quale sperimenta un nuovo ‘genere’ battezzato ‘Ritual Groove Music’, che dà il titolo al suo primo album. ”L’obiettivo - spiega Bärtsch - è creare l’effetto massimo con mezzi minimali. Cerco di miscelare elementi diversi: jazz, funk, classica, ambient e drum & bass, e combinare e stratificare frasi e motivi in nuove e varie modalità. L’improvvisazione gioca un ruolo fondamentale; il mio pensiero e la mia musica si basano sulla tradizione dello spazio urbano, del suono universale delle città che, essendo multiformi, richiedono la capacità di concentrarsi sull’essenziale: bisogna misurare i propri interventi e talvolta anche rimanere in silenzio: dall’autocensura deriva la libertà”. Ne nasce una musica meditativa dove vengono incorporati suoni oscuri all’arte dei percussionisti zen, basata su campane e legni che trapiantano l’esperienza antica nel presente. Ma il sussurro che governa tutto questo chaos apparente è sempre quello del jazz.